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L'ILLUSIONISTA

Locandina L'illusionista Genere: Animazione, Sentimentale
Titolo originale: L'illusionniste
Nazione: Francia
Anno produzione: 2010
Durata: 80'
Regia: Sylvain Chomet
Cast: Jean-Claude Donda, Edith Rankin, Tom Urie
Produzione: Django Films, CineB, Pathé Pictures International
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Sceneggiatura: Jacques Tati, Sylvain Chomet
Uscita francese: 16 giugno 2010
Uscita italiana: 29 ottobre 2010
Links: Sito del film (in francese)

Il grande Tati(scheff)
Siamo nel 1959, e l'illusionista Tatischeff, consumato artista francese, cerca di sbarcare il lunario tra sale semivuote e palcoscenici improvvisati, sempre in compagnia del suo indisciplinato coniglio bianco. Dopo aver accettato l'ingaggio per una serata in un pub scozzese, conosce una ragazzina di nome Alice, non ancora donna e non più bambina, che si affeziona a lui e lo segue a Edimburgo. Ma l'affetto genitoriale che Tatischeff svilupperà per lei dovrà fare i conti con la crescita della ragazzina...

Solitudini che si sfiorano
Quando si parla di puro cinema, in genere non ci si riferisce solo a qualcosa di "semplicemente" bello, ma a un'opera interamente risolta nelle caratteristiche basilari del linguaggio cinematografico, quelle più elementari ed essenziali. In fondo il cinema è anzitutto un'arte visiva, che non ha mai avuto bisogno della parola per imporsi come linguaggio: lo dimostra la cinematografia delle origini, in grado di sviluppare una propria "grammatica" anni prima dell'introduzione del sonoro (ma, a dire il vero, anche anni prima che si diffondesse il Modo di Rappresentazione Istituzionale).
Già il film precedente di Sylvain Chomet, lo splendido Appuntamento a Belleville, era puro cinema, e lo stesso dicasi per L'illusionista: un'opera non dialogata che vive esclusivamente nel respiro delle sue immagini, peraltro senza nemmeno caricarle di quel dinamismo ipercinetico proprio di molta animazione contemporanea. Al contrario, L'illusionista ha tutto l'aspetto di una rigida successione di quadri in movimento, nei quali ancora si avverte il tratto della matita sulla carta e le piccole, deliziose imperfezioni che ne scaturiscono. Jacques Tati, in questo senso, non poteva trovare un araldo migliore di Chomet (anche autore della fascinosa colonna sonora): la sceneggiatura inedita del grande attore e regista francese, rimasta per mezzo secolo in un cassetto del Centre National de la Cinématographie, prende vita in un'arte, quella dell'animazione, che meglio di ogni altra sa rendere giustizia al clima di malinconica poesia che vi si respira. Perché L'illusionista, si badi bene, può essere soggetto a una doppia lettura, sia di carattere intimo sia di più largo respiro. Al livello dei personaggi, il film è focalizzato sul rapporto fra Tatischeff e la giovane Alice: ai suoi occhi, l'illusionista è un padre-mago che può tutto, e lei lo guarda con l'espressione ammirata che ogni bambino rivolge al proprio genitore, almeno fino a quando la crescita - il suo "diventare donna" - non cambia le sue priorità esistenziali, ormai diverse da quelle che un padre può soddisfare; sotto questo aspetto il film di Chomet è la storia di due solitudini che si incontrano, si amano, e poi si lasciano quando una delle due, quella inizialmente più debole, smette di dipendere dall'altra. Ma in una prospettiva più globale Tatischeff è il testimone del tramonto di un'era, l'era del vaudeville e del grande spettacolo dal vivo, che agonizza nelle figure stanche e disilluse dei pochi artisti superstiti (si pensi all'immagine emblematica della marionetta del ventriloquo, abbandonata per disperazione in un banco dei pegni che non osa nemmeno assegnarle un prezzo: un'immagine che non necessita di parole, come l'intero film). I vecchi intrattenitori, relegati a palcoscenici polverosi e show di provincia, perdono il loro ruolo nell'immaginario collettivo a vantaggio di canzonette e piccoli divi adolescenziali, mentre osservano l'alba di una nuova società dello spettacolo che, inevitabilmente, li stordisce e li acceca, senza essere disposta ad accoglierli.
E chissà che in questo ritratto lirico e dolente Chomet non veda qualche parallelo con la sorte dell'animazione tradizionale, sempre meno praticata in favore delle tecniche digitali; ma finché esisteranno artisti come lui, il rischio non sarà incombente.
Un gioiello, da vedere.

Lorenzo Pedrazzi

 
 
 
 
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