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Genere: Horror, Azione Titolo originale: La Horde Nazione: Francia Anno produzione: 2009 Durata: 90' Regia: Arnaud Bordas, Yannick Dahan Cast: Eriq Ebouaney, Aurélien Recoing, Jean-Pierre Martins, Jo Prestia, Claude Perron, Yves Pignot Produzione: Capture (the Flag) Films, Le Pacte, Coficup, Canal+, CinéCinéma Distribuzione: Fandango Sceneggiatura: Arnaud Bordas, Yannick Dahan, Stéphane Moïssakis, Benjamin Rocher Data uscita italiana: 1 ottobre 2010 Uscita francese: 10 febbraio 2010 Links: Sito del film (francese) - Sito del distributore |
Non potete ucciderli perché sono già morti!
Primo film di zombie francese, che si inserisce nel filone del nuovo horror d’oltralpe. Quattro poliziotti sono impegnati in una spedizione punitiva in un palazzo della periferia parigina. Vogliono vendicare un collega ucciso da una banda di delinquenti. Le cose per loro si stanno mettendo male, ma all’improvviso il palazzo è assediato da un’orda di zombie. Poliziotti e gangster dovranno fare fronte comune per fronteggiare i morti viventi, che stanno invadendo la città…
Parigi val bene una messa… funebre
Un plot esile che serve per dare il via a un’ora e mezza di pura adrenalina. Ma anche il risultato di un’operazione intelligente, studiata a tavolino dai due registi, alla loro opera prima. Consapevoli di tutto il background del cinema degli zombie che li ha preceduti, realizzano un viaggio nel genere, riproponendone gli stilemi narrativi. Nella migliore tradizione romeriana, l’horror assume una connotazione politica. Se l’autore di Night of the Living Dead evocava gli spettri del Vietnam, Dahan e Rocher collocano la vicenda nelle banlieue parigine, che furono teatro delle rivolte del 2005. Poliziotti corrotti che inseguono vendette private danno il senso di un clima sordido e di corruzione. L’ambientazione è rappresentata da un tipico palazzone formicaio da periferia degradata, un non-luogo comune in tanti grandi centri, e i protagonisti appaiono come i reietti della società. Proprio dalle banlieue parte l’attacco che mette a ferro e fuoco la città, come successo nel 2005, e le immagini dei telegiornali, che si vedono nel film, sono proprio quelle, reali, di quei fatti.
Il grande edificio, teatro claustrofobico di quasi tutto il film con le sue rampe di scale infinite, è assaltato dalle orde di morti viventi, e qui troviamo il tema dell’assedio, centrale, nonché derivato dal western, nel cinema di Carpenter, Romero o Raimi. Ma i due registi francesi sono anche consapevoli che, al giorno d’oggi, senza un po’ di ironia un’opera del genere non reggerebbe. E, verso la metà, al punto giusto nell’economia narrativa del film, inseriscono il personaggio picaresco del vecchietto, dimostrando così di avere appreso anche la lezione del Peter Jackson di Bad Taste o di Dal tramonto all’alba. Da quest’ultimo film arriva poi l’ispirazione della struttura narrativa che parte in un modo, sviando lo spettatore, per poi virare improvvisamente in un’altra direzione: l’inizio di La Horde infatti appartiene al genere del noir urbano. Da ricordare un acquario kitsch, che si intravede appena, con dentro una torre Eiffel in miniatura. Un dettaglio spiritoso che concede un attimo di respiro in un contesto asfissiante.
Dahan e Rocher confezionano un film formalmente ineccepibile. Tutto giocato con uno stile di regia sporco, fatto di macchina a mano traballante, inquadrature sghembe, immagini sgranate. Non mancano soluzioni di regia eleganti, come il montaggio analogico all’inizio tra il cadavere del poliziotto nella discarica e il suo funerale. Serve anche da ellissi narrativa per velocizzare l’incipit e arrivare subito all’azione. Mai visti poi in un film di zombie degli scontri fisici così lunghi e snervanti, giocati spesso su campi/controcampi in montaggio ipercinetico.
Quasi tutto il film, come si diceva, si svolge nell’ambientazione opprimente degli interni labirintici del palazzone di periferia. L’unico squarcio di visione all’aria aperta è rappresentata dalla veduta dal terrazzo con il panorama della città sotto insurrezione. L’immagine è realizzata con una sovrapposizione posticcia, degna di un b-movie. Ma il film funziona con il suo ritmo ultrafrenetico che, di per sé, basta a garantire la sospensione dell’incredulità e poco importa se la visione non è sempre verosimile.
Il finale segna il ritorno all’aria aperta. Filmato con una luce crepuscolare, sembra il corrispettivo dell’ultima scena di THX 1138 (L'uomo che fuggì dal futuro) di Lucas. Ma qui l’incubo è tutt’altro che concluso. |