"L'idealismo uccide ogni affare."
New York, 2008. Gordon Gekko, dopo aver scontato otto anni di carcere per insider trading e frode assicurativa, è ormai fuori dal mondo della finanza, e gira per gli Stati Uniti promuovendo il suo libro Is Greed Good?. L'alone quasi leggendario che circonda Gekko attira l'attenzione di Jacob Moore, giovane e ambizioso broker fidanzato con sua figlia Winnie, la quale però non vuole più sentir parlare del padre poiché lo incolpa di aver distrutto la famiglia.
Jacob, sempre a caccia di finanziamenti per un progetto di ricerca sulla fusione a freddo, lavora per la Keller Zabel, una banca che però rischia il fallimento, e le cui azioni vengono acquistate a un prezzo umiliante (3 dollari ciascuna) dalla potente Churchill Schwartz, guidata da un uomo senza scrupoli di nome Bretton James. Ma Jacob si accorge che nella transazione c'è qualcosa di ambiguo, e si rivolge a Gekko sia per ottenere consiglio sia per riavvicinarlo a Winnie...
"In prigione ho imparato che il denaro non è la cosa più importante nella vita. Il tempo lo è."
C'è un romanzo di Viktor Pelevin, La freccia gialla, nel quale si racconta di una società che consuma la propria intera esistenza su un treno in costante movimento, inesorabilmente diretto verso un ponte distrutto, e dunque verso morte certa. I passeggeri, assuefatti dalla propria routine quotidiana, non sentono nemmeno più il rumore delle rotaie sotto i piedi, né si rendono conto della peculiarità della loro condizione: si limitano semplicemente a occuparsi dei loro piccoli traffici, e vivono le loro piccole vite nella tranquilla e apatica ignoranza dell'inevitabile destino che li attende.
Il concetto di assuefazione è centrale anche nel film di Oliver Stone, e trova la sua espressione più limpida nella definizione di follia che Jacob Moore, interpretato da un efficace Shia LaBeouf, cita alla fine: "La follia consiste nel ripetere sempre la stessa azione, aspettandosi ogni volta un risultato diverso". Proprio ciò che fanno i passeggeri della Freccia gialla, e allo stesso modo gli esponenti - sarebbe a dire gli ingranaggi - del sistema capitalistico imperante, basato sullo sfruttamento inesausto di "bolle" speculative predisposte all'esplosione. Aggiornare un cult del calibro di Wall Street si rivela dunque necessario per sezionare e comprendere la recente crisi economica, così come il film originale fu utile a illuminare i coni d'ombra dell'America degli yuppies: due periodi distanti vent'anni, ma non così diversi nella sostanza, poiché gli errori del passato seguitano a ripetersi e il vecchio motto coniato da Gordon Gekko, "Greed is good", è ormai divenuto legge.
E nella nuova parabola di Stone - se si esclude qualche particolare poco plausibile ma comunque accettabile, in onore alla sospensione d'incredulità - il discorso fila liscio come in un'opera a tesi, condotta da personaggi piuttosto carismatici (compresi quelli secondari, ben caratterizzati e a tratti bizzarri) che vivono la crisi economica da una prospettiva privilegiata e interna, subendone le più logiche conseguenze a seconda del ruolo da loro ricoperto. Ancora una volta Gekko non è protagonista, ma muove i fili da dietro le quinte come fosse il regista occulto delle sorti altrui, regalando perle di impagabile cinismo in battute fulminee che non fanno rimpiangere la sceneggiatura del primo episodio. Ciò che lascia perplessi, in termini di scrittura, è invece la conclusione: un happy ending così lieto e conciliante si addice poco alla storia, e sembra tradire la natura mefistofelica e manipolatoria dello stesso Gekko, che si trova al centro di un processo di "umanizzazione" volto a concedere una nota di speranza nel futuro (e nelle nuove generazioni, chissà). Ma potrebbe anche essere soltanto una mossa per accattivarsi le simpatie del grande pubblico, peraltro fallimentare se si considerano i risultati commerciali.
La deriva hollywoodiana del finale non deve però oscurare le qualità oggettive di un film che esprime concetti di interesse comune, e che lo fa grazie al buon bilanciamento fra la prevedibile verbosità di un'opera a tesi, e le soluzioni rappresentative adottate da Stone, vivaci tanto nel montaggio quanto nelle animazioni - figlie dei cliché visivi della finanza - che sottolineano i momenti più tesi e frenetici della storia. Senza contare che Michael Douglas, centro gravitazionale della pellicola, offre una performance assolutamente all'altezza dell'originale. |